Secondo San Paolo, “lo Spirito soffia dove vuole…” Ebbene, è proprio il caso di osservare come in questo straordinario libro di Tahar Ben Jelloun, lo Spirito divino “converte” un’orribile prigione sotterranea in un angolo di Paradiso e lo stesso protagonista in un perfetto Yogi, sereno e distaccato, lucido e illuminato.
Il 10 luglio 1971 un commando militare irrompe nella residenza estiva del re a Skhirate, in Marocco. Ma il colpo di stato fallisce. I soldati che hanno preso parte alla missione (molti senza neanche conoscerne l'obiettivo) vengono rinchiusi in una prigione nera come un nido di talpe, sepolti nelle tenebre per diciott'anni.?Parte così, da una delle pagine piú tragiche della storia del Marocco, il nuovo romanzo di Tahar Ben Jelloun. Da un atto di denuncia, da una testimonianza politica e civile. Ma si abbandona, pagina dopo pagina, a una lenta deriva in cui la scrittura diviene specchio e scandaglio: fino a scoprire, dopo la discesa negli inferi della disperazione, il germe della purezza assoluta.
Qualcosa di incrollabile e di forte si era insediato in me. Non avevo mai conosciuto prima una simile condizione. Sapevo che mia madre non tornava mai su una decisione. Quando cacciò di casa mio padre, buttando le sue cose in strada, inutilmente lui le mandò messaggeri, mazzi di fiori, stoffe di seta, non servì a nulla. Lui non aveva più niente a che fare con la sua vita, con la sua casa. Quella fermezza era ammirevole. Lei stessa l’aveva presa dalla madre, soprannominata “la generalessa”, una donna di gran carattere, dura con gli uomini, dolce con i figli, lucida e senza illusioni sul mondo. Mia madre la portava spesso a esempio. Stavo pensando a quelle due donne quando capii che me la sarei cavata, che non sarei stato vinto. La mia intuizione era forte, chiara, senza ambiguità. I primi mesi, i primi anni, non avevo intuizioni. Ero svuotato tanto della speranza quanto della capacità di sentir sopraggiungere le cose. La morte di Abdelkader (un compagno di cella ndr) mi aveva molto colpito, forse perché mi dicevo che avrei potuto aiutarlo come lui chiedeva, magari poteva reggere ancora qualche mese. Sapevo che era malato. Ero addolorato perché la malattia mi aveva impedito di essere cosciente nel momento in cui lui aveva reso l’anima. Suppongo che mi abbia chiamato per sostenerlo negli ultimi istanti. Forse sapeva che ero incosciente e che lottavo contro la febbre! Avrei tanto voluto raccontargli un’ultima storia, farlo viaggiare sulle ali di un magnifico uccello che potesse trasportarlo verso il paradiso. Una certezza: qualunque fosse il grado della fede e della devozione di quei compagni morti di dolore e di tristezza, tutti meritavano di andare in paradiso. Subivano una vendetta di una crudeltà infinita. Anche se avevano commesso degli errori, anche se si erano comportati male, ciò che patirono in quella fossa sotterranea era la più atroce barbarie. Dal momento in cui presi a fare questo genere di discorsi, ebbi l’intima convinzione che non l’avrebbero avuta vinta. A volte mi sentivo addirittura estraneo agli altri prigionieri. Mi vergognavo. Pregavo per la mia anima e per la loro. Entravo nel silenzio e nell’immobilità del corpo. Respiravo profondamente e invocavo la luce suprema che si trovava nel cuore di mia madre, nel cuore degli uomini e delle donne dabbene, nell’anima dei profeti, dei santi e dei martiri, nella mente di coloro che hanno resistito e hanno sconfitto la sofferenza con la sola forza della mente, della preghiera interiore, quella senza scopo, quella che ti porta verso il centro di gravità della tua stessa coscienza. Quella luce era la mente che mi guidava. Ero disposto a lasciare loro il mio corpo, purché non si impadronissero della mia anima, del mio spirito, della mia volontà. Mi accadeva di pensare ai mistici musulmani che si isolano e rinunciano a tutto per amore sconfinato di Dio. Alcuni, avvezzi alla sofferenza, la dominano e ne fanno la propria alleata. Essa li conduce a Dio, tanto da indurli a confondersi con Lui e a perdere la ragione. Così, l’intimità con la sofferenza spalanca loro il cuore. A me apriva di quando in quando alcune finestre del cielo. Non ero giunto allo stadio eccelso in cui essi offrono il proprio corpo ai singulti della luce. Fanno di tutto per affrettare il momento dell’incontro decisivo. Dopodiché si perdono nell’esilio delle sabbie. Quanto a me, ci tenevo a rimanere cosciente e a padroneggiare quel poco che era ancora in mio possesso. Non avevo assolutamente l’anima del martire. Non avevo alcun desiderio di dichiarare “il mio sangue è lecito”, e che potevano spargerlo. Battevo i piedi sul pavimento, come per rammentare alla follia incombente che non sarei stato una sua preda. I reumatismi mi rendevano difficile, se non impossibile, qualsiasi movimento. Stavo seduto nella posizione meno scomoda. Il freddo saliva dal cemento. Mi ci volevano ore prima di giungere a uno stato di insensibilità. Non sentivo più la pelle. Partivo, viaggiavo. I miei pensieri diventavano limpidi, semplici, diretti. Mi lasciavano trascinare senza muovermi , senza reagire. Mi concentravo fino a diventare il pensiero stesso. Quando arrivavo a quello stadio, tutto diventava più semplice. Così mi trovavo, di notte, solo nella Ka’ba deserta, di fronte alla pietra nera. Mi avvicinavo piano e la sfioravo. Avevo la sensazione di essere scagliato parecchi secoli indietro, e contemporaneamente di essere proiettato in un futuro radioso. Passavo la notte alla Ka’ba, fino all’alba, al momento della prima preghiera. La gente faceva le abluzioni, pregava e non mi vedeva. Ero trasparente. Solo il mio spirito era lì. Questa libertà non poteva essere frequente. Non potevo abusarne. Dovevo tornare alla fossa, al mio corpo e ai miei dolori. Il vento che spingeva il mio spirito verso est si era fermato. Nulla più si muoveva. Nessuna foglia tremava. Era il segno del ritorno. Fine del viaggio. Sarei vissuto nell’attesa di un’altra partenza, con l’orecchio rivolto verso la bocca di lupo. Ero diventato molto sensibile al movimento dell’aria, quell’aria che ci faceva sopravvivere, che passando di lì ci portava le notizie del mondo e se ne andava via carica dei nostri silenzi, della nostra stanchezza, degli odori di uomini impastati nell’umidità fetida di un’anticamera della morte in cui bisognava rimanere in piedi.
Tahar Ben Jelloun, "Il libro del buio", Einaudi - Torino 2001
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