Continuazione del commento al secondo capitolo della Bhagavad Gita a cura di Melissa Dotto, allieva dell’Accademia
D’altro canto è da sottolineare che, proprio perché il corpo è una manifestazione temporale e anche il veicolo dell’anima, del sé, non si possono giustificare omicidi, suicidi o guerre (ossia nessuna manifestazione intenzionale di violenza ) poiché la verità fondamentale sta nel disegno dell’eterno divenire. Comprendere la Verità consiste nel percepire i mutamenti intrinseci del divenire - una continua trasformazione - nell’immobilità e nell’assenza dello Spazio-Tempo. Ove Tutto è già compiuto. Appunto per questo è vietato distrarsi da un progetto evolutivo in senso spirituale: non si può eludere alcuna responsabilità ed è pura follia commettere azioni criminose anche solo per svogliatezza o distrazione. L’implacabile legga di causa/effetto ci presenterà sempre il conto anche a fronte di atteggiamenti apparentemente incolpevoli... o ignoti al mondo. La Gita ci invita di continuo ad un percorso estremamente intimo verso la verità, prima di tutto verso noi stessi. L’oggettivazione del pensiero è la base strutturale dell’introspezione, prima ancora di affacciarsi all’immensità atemporale. Noi siamo parte integrante di questa verità assoluta che possiamo talvolta cogliere, durante la pratica del kriya, in quell’attimo di “vuoto” (shunya) che si presenta nel caos della nostra mente e lascia una traccia... in cui la concentrazione è vivida e l’anima si apre... Krsna ci ricorda con dolcezza quanto questa condizione sia vista come chimerica e meravigliosa, eppure questa realtà è già dentro di noi. Egli sottolinea come la strada per liberarci di tutte quelle sovrastrutture che velano il Sé sia ardua e necessiti di autodisciplina, fermezza e distacco. Infatti, la seconda parte sulla quale Krsna fa il punto si chiama:
Appello al sentimento del dovere L’appello al sentimento del dovere corrisponde per Arjuna al mantenimento dell’ordine per mezzo della forza (ossia dell’azione) e non all’ideale di una vita ascetica fine a sé stessa. Per noi, in questo caso, si tratta di un invito all’autodisciplina, alla fermezza, nell’intenzione di raggiungere una meta ben precisa. Capire la nostra vera realtà e liberarci dal debito karmico necessita, come abbiamo visto, di una ferrea volontà di procedere verso l’unico scopo dell’uomo:l’autorealizzazione. In realtà tutti dovrebbero perseguire la strada della liberazione karmica ed aspirare unicamente all’incontro con il Supremo:la piena coscienza divina. Sottraendoci a questo imperativo, commettiamo un errore/deviazione che ci rimanderà”semplicemente“ a un futuro, oggi inimmaginabile, in cui si dovrà riprendere tutta l’operazione alchemica del nostro spirito: quella trasmutazione del piombo in oro che per pigrizia, inettitudine, abbiamo trascurato. Questo è il vero PECCATO. Comprendiamo quindi che in primo luogo è necessaria una chiarificazione, una conoscenza approfondita dei propri pensieri e, in seguito, un attento lavoro di discriminazione tra ciò che va sviluppato, ampliato, esteso, (le nostre potenzialità) e ciò che frena la nostra crescita (i nostri limiti, le incapacità e l’impotenza). L’azione quindi deve essere perseguita e realizzata solo quando dentro di sé, intimamente , si coglie la voce di “Colui che chiama” e che ci offre la certezza di essere sulla strada giusta. Ma per fare questo è necessario soprattutto un certo ordine mentale. Krsna suggerisce a questo punto che ci si può elevare attraverso l’adempimento del proprio dovere che non è solo azione, ma anche una sistematica valutazione del “peso, della qualità” dei nostri pensieri in cui l’equazione è formata dal pensiero che precede l’azione e, se gli addendi sono corretti, il risultato è certo. Dunque, non solo è necessario individuare la mèta ma è altrettanto fondamentale non lasciarsi distrarre da ciò che potremmo temporaneamente giudicare positivo o negativo. Sovente capita di sentire una frase: ”Ecco, oggi ho fatto proprio una bella meditazione“, oppure “Sono stata lì un sacco di tempo a cercare di concentrarmi e invece la mia mente andava da tutt’altra parte”. Niente di tutto questo ha importanza: il DOVERE è incrociare le gambe, tutti i giorni, nel silenzio e nella pace, e aspettare con PAZIENZA il momento dell’INCONTRO...
Yoga e mentalità mondana Con lo Yoga allora si capisce che il sentimento di separazione tra mente e corpo, tra corpo e spazio fisico, tra corpo e quello che ci circonda è solo un’illusione e la visione (non oculare, ma piuttosto il profondo sentire o intuire) diventa unica: Krsna amorevolmente ci ricorda che la distrazione (intesa come non-concentrazione) è una condizione naturale e che la concentrazione si impara con l’esercizio, senza però fanatismi di sorta. In questa parte Krsna sottolinea con fermezza non solo l’inutilità dei fanatismi dogmatici religiosi ma distingue tra il karma autentico e la pietas rituale di alcune scritture. Una Pietas che spesso è talmente carica di vuoto da appesantire tutto senza aggiungere nulla: come quando, anticamente, come gesto di pietà, si mettevano due monete sugli occhi dei defunti quale simbolo del pedaggio da pagare a Caronte per il traghettamento nell’aldilà. La Gita mette in guardia da queste superstizioni, ma va oltre e spiega come la concentrazione insegnata dallo Yoga traccia la strada della vera conoscenza. Posto che Yoga in sanscrito significa “unione” tra spirito e corpo, tra il Divino e il nostro Sé, tra i pensieri e la fonte stessa dei pensieri, capiamo che l’Hatha sia una costola dello Yoga: un corpo allenato, asciutto e abituato alla concentrazione è meglio predisposto alla meditazione. Ad ogni modo, semplificando, lo Yoga cerca di districare quella sofferta condizione umana che tutte le filosofie e tradizioni religiose nel tempo hanno chiamato con modi diversi: se i Taoisti la chiamano “squilibrio”, i Buddhisti “ignoranza” e gli Islamici danno la colpa di ciò alla ribellione a Dio, mentre la tradizione Giudaico Cristiana attribuisce le sofferenze umane al “peccato originale”, lo Yoga ,per contro, più profondamente e senza dogmi, ne attribuisce la responsabilità all’ignoranza della propria reale identità. Ci sbagliamo grandemente quando pensiamo che sia il nostro piccolo ego a costituire la totalità della nostra natura: ciò accade perché non cogliamo la profondità della natura divina che ci caratterizza. Lo Yoga allora diventa lo strumento per scoprire e mantenere per sempre in sé la certezza di questa personalissima divinità interiore. In questo modo lo Yoga insegna come volgere l’attenzione all’eterno presente senza sviluppare attaccamenti né al passato né al futuro. Tutto è già qui, ora.
(continua)
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