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    *fr Dream, citta and the audience (I)
    NEWSLETTER -  MARZO 2007
     
    [texte en italien]

    Cari amici,
    ciò che Vi propongo questo mese è un articolo di Andrè Van Lysebeth, scritto in anni lontani e che Lui stesso - mio grande Maestro - mi autorizzò a tradurre. Pregandomi solo di 'citare la fonte'… Ovviamente Lui, scomparso due anni fa.
    Data la lunghezza del testo, il mese prossimo riceverete la seconda parte.


    Precedentemente ho evocato l'importanza della decodificazione dei sogni, ivi inclusi gli incubi. Non ho dato tuttavia delle ricette standard, dettagliate, per questa lettura;semplicemente perché non esistono. Ognuno deve quindi rifarsi alla sua intuizione,analizzando la successione dei sogni per scoprirvi il filo conduttore e tentarne l'interpretazione. Vi si può arrivare interrogando il proprio inconscio.
    Talvolta occorre un aiuto professionale, ma ciò non è giustificato che in caso di grossi problemi psicologici, dunque ciò è da considerarsi assolutamente eccezionale.
    Quanto agli yogi, essi sono ben coscienti dell'importanza dei sogni, ma per loro non è tanto importante la decodificazione di questo o quell'altro sogno quanto il sogno in sé stesso, il sogno e soprattutto il SOGNATORE, ossia lo SPETTATORE che sogna, che non è altro che il Sé.
    I pensatori indiani, yogi in particolare, hanno a lungo cogitato a proposito dei sogni e hanno tirato delle conclusioni molto profonde e sottili che vi espongo, il più chiaramente possibile e con un ragionamento occidentale logico. Perché, grazie al sogno, noi penetriamo negli arcani della filosofia indiana più sottile.
    In maniera sorprendente, l'Occidente, che può vantarsi di consacrare migliaia di libri al fenomeno del sogno, non si è mai posto la questione più elementare, che lo yoga invece considera un fatto fondamentale: 'Qual è la natura del sogno?' ,'Dove si svolge il sogno?','Chi ne è lo Spettatore,tra quei due IO-ME di cui non ho ricordo al risveglio?'
    Lo studio del fenomeno del sogno, alla luce di queste domande, ha condotto i pensatori indiani ad avvicinarsi alle radici dell'essere e persino del cosmo. E il fatto di rispondere alle questioni relative allo stato di sogno ha fatto nascere delle scoperte a proposito della natura stessa della mente, non solo in situazioni oniriche ma anche durante lo stato di veglia, dunque in ogni circostanza.

    La citta: nostra sostanza mentale.
    Basandomi sul loro insegnamento e sulle mie riflessioni sull'argomento, vediamo di ricostituire insieme il loro ragionamento, che, sotto certi aspetti, incontra quella che in Occidente chiamiamo 'evidenza'. Detto per inciso, più vado avanti nella vita, più diffido di ciò che appare evidente e, sovente se non sempre, ho constatato che il reale si situa agli antipodi di ciò che appare evidente ai nostri sensi. Anche Einstein stesso diceva: "Diffidiamo dei nostri sensi".
    Per i pensatori indiani, tuttavia, la percezione sensoriale viene considerata come una sorgente di idee valide, a condizione di esaminarle in modo critico. Per comprendere il pensiero indiano, soprattutto per ciò che concerne la natura stessa del sogno, si tratta di precisare il concetto di citta. Perciò cominciamo con un esempio: io sto sognando di camminare in un paesaggio di montagna. Prima di tutto, il sogno sono io, non è una reazione diretta a un avvenimento esterno, anche se certi stimoli possono provocare il sogno. Nel sogno io vedo dunque delle immagini di montagne, un torrente, degli alberi, dei fiori, degli esseri umani, degli animali ecc. Poco importa se ciò che io vedo in sogno, queste forme, che appaiono man mano che appare lo scenario onirico, non provengono,durante il mio sogno, da un mondo esterno. Là non ci sono contestazioni possibili: io sono addormentato, è buio e io ho gli occhi chiusi.
    Dunque, QUALCOSA IN ME prende le diverse forme che io vedo.
    Ebbene, questa misteriosa cosa che assume delle forme, per gli yogi così come per la maggior parte dei pensatori indiani è la mia 'sostanza mentale', che essi chiamano citta. Questa nozione è così centrale nello yoga che citta è una delle quattro celebri parole del secondo aforisma di Patanjali: Yoga citta vritti nirodha, che spesso viene tradotto come 'Yoga = restrizioni delle fluttuazioni della sostanza mentale', e tutti gli sloka (aforismi) successivi non fanno che sviluppare questa sentenza lapidaria.

    Fluttuazioni o modificazioni della mia citta.
    Arrivati a questo punto del ragionamento, si potrebbe obiettare che dare un nome, citta, non ci fornisce alcune indicazione relativa alla natura stessa di citta. Sono d'accordo, ma, per ora, non ha molta importanza poiché si chiarirà durante lo svolgimento del ragionamento. Ora, se invece di sognare un paesaggio di montagna, io sognassi una crociera in Polinesia, il mio citta prenderebbe altre forme. Ogni forma sognata è dunque una modificazione, una fluttuazione del mio citta, della mia sostanza pensante,o mentale ,se preferite. Per ora non preoccupiamoci di sapere perché quella vritti, o successione di vritti, appare nel mio mentale durante un determinato sogno: ci torneremo sopra più avanti. Il citta è in qualche modo la superficie del mio mentale e le vritti sono paragonate alle onde dell'oceano, intendendo il mentale come l'oceano stesso.

    Dove avviene il sogno?
    In Occidente nessuno sembra porsi la domanda: "dove" avviene il sogno? Questo non concerne gli psicologi che si rimettono ai neurobiologi, i quali non si occupano che di fisiologia pura: i neuroni, il cervello, le sostanze chimiche che si formano nel cervello, le strutture del sistema nervoso ecc. Ma lo psichismo non fa parte delle loro preoccupazioni né delle loro competenze. In maniera generale l'Occidente pensa che il cervello, lo psichismo e il mentale sono una sola cosa ed è là che si trova la prima divergenza tra il reale e ciò che sembra evidente: è evidente che io penso nel mio cervello, dunque tutto accade nella mia testa! Ragioniamo cercando soprattutto di mettere in luce questa evidenza.
    Quando io sogno un paesaggio, io lo vedo in rilievo, dunque questo si svolge in uno spazio mentale immaginario in tre dimensioni. Ora, in nessuna parte del nostro cervello esiste un vuoto, uno spazio, una scena in cui si svolge il mio sogno. Questa affermazione farà sorridere e scuotere la testa all'Occidentale che dirà: "se non nella mia testa, dove accade allora tutto questo?". Per i pensatori indiani questo accade nel mio mentale, percepito come un campo di forze materiali, distinte dal cervello che da esse è inglobato. La nozione di campo di forze è centrale nella fisica moderna ma non in neurobiologia né in psicologia. Noi sappiamo tutti cosa è un campo di forze: se io ho una calamita e prendo un foglio di carta su cui spando della limatura di ferro e poi faccio scorrere la calamita sotto il foglio, la limatura di ferro si muove, si solleva. Se allontano la calamita, la limatura resterà sollevata fino a una certa distanza, poi ricadrà inerte sul foglio. La zona di influenza magnetica della mia calamita è un esempio di campo di forze. Se si afferma in presenza di un neurobiologo che il mentale è un campo di forze e che le immagini che io contemplo in sogno sono delle forme in questo campo di forze chiamato citta, egli ribatterà che la scienza ha stabilito una cartografia ben precisa del cervello e che si localizzano esattamente le zone visuali, auditive, olfattive ecc. Tutto questo è vero: noi localizziamo la zona cerebrale in cui si vede, quella in cui si sente,si tocca ecc.. e questo sembra evidente. Ma è proprio qui che bisogna evitare di confondere i cavoli coi bignè!
    Per gli yogi, io penso con il mio cervello e non dentro il mio cervello: il cervello elabora, ma è il mentale che percepisce e questo accade a livello del mio citta. Il ragionamento, apparentemente impeccabile, dei neurobiologi ha una falla enorme. D'accordo, io vedo, io sento, io annuso con l'aiuto del mio cervello, ma - ripetiamolo - è il mentale che percepisce. Proseguiamo con il nostro ragionamento: quando sono sveglio (e per gli yogi è sempre lo stesso citta che serve per il sogno e per lo stato di veglia) tutti i messaggi sensoriali si raccolgono e si integrano in una sola immagine. Io vedo, ascolto, tocco eccetera tutto assieme. Partendo dalle diverse localizzazioni cerebrali, perché tutte le informazioni possano integrarsi in un'immagine globale, nell'ipotesi di un cervello generatore di immagini in seno alla propria materia, si dovrebbe dunque avere una zona centralizzata in cui tutte le informazioni provenienti dalle diverse zone convergessero, per fondersi in una sola immagine. Questa zona centralizzata io ignoro se la stiano cercando, ma, se le mie informazioni sono esatte, nessuno l'ha mai scoperta. D'altra parte, se anche la si scoprisse,non si farebbe altro che spostare il problema. In effetti, ammettiamo che da qualche parte, nel bel mezzo del cervello, ci sia questa zona integrata. Per piccola che sia, essa comprenderebbe almeno qualche milione di neuroni, di cellule nervose, in cui tutte le impressioni sensoriali provenienti dalle diverse zone, affluirebbero e si riunirebbero (non dimentichiamo che il cervello è costituito da 100 miliardi di neuroni).
    Ciò non risolverebbe il problema che sarebbe semplicemente ricondotto a una scala più piccola, ma non fondamentalmente differente. Ammettiamo che un certo numero di neuroni sia incaricato di centralizzare le informazioni della zona visuale, altre della zona auditiva, eccetera; tutto questo sarebbe ancora separato nello spazio. Persino se si scoprisse che tutto finisce in una sola cellula nervosa che miscelasse il tutto per farne quella famosa immagine unitaria, il problema non sarebbe comunque risolto. Poiché una cellula nervosa è un organismo molto complesso, un organismo che accoglie miliardi di componenti molecolari.
    Dove dunque, in questa cellula, emergerebbe l'immagine centralizzata che io contemplo mentre dormo o quando sono sveglio?

    (continua)
    Tags: philosophie 
     
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