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    Il respiro e la mente vuota
    NEWSLETTER DI MARZO 2014
     
    di Rossana Dall’Armellina
    Che sia calmo o agitato, silenzioso o rumoroso, che si manifesti come sbadiglio, sospiro, o come espressione vibrante dei mantra, il respiro costituisce il più profondo legame dell'uomo con la vita. Oggi sappiamo che attraverso il respiro ogni cellula del corpo viene rifornita dell'energia necessaria per svolgere le proprie funzioni metaboliche e liberata dai prodotti di scarto, ma gli antichi saggi avevano capito che il respiro veicola qualcosa in più e che esiste uno stretto rapporto fra respiro e stati di coscienza. Non c'è quindi da meravigliarsi che lo Yoga, inteso nella sua matrice più squisitamente evolutiva, abbia individuato nel respiro lo strumento elettivo per comprendere sé stessi ed il rapporto con l'Assoluto e nel corso della sua storia abbia messo a punto tecniche di respirazione raffinatissime, volte al benessere psico-fisico e al progresso spirituale.
    Come viene affrontato il tema del respiro nei testi classici di riferimento dello Hatha Yoga?
    Tutti, ovviamente, ne parlano e, pur sottolineandone aspetti differenti, dai più tecnici ai più esoterici, l'idea di fondo che emerge è quella del respiro come elemento che agisce sulla mente e che permette di orientarsi verso la propria dimensione interiore.
    Eccone gli esempi più rappresentativi.

    Gli Yoga Sūtra, il testo che, per eccellenza, ha codificato la disciplina Yoga, sancisce il legame mente-respiro individuando "nell'emissione e nella ritenzione del respiro i mezzi per superare la condizione di agitazione della mente" (II.34). Ma Patañjali, autore degli YS, va oltre e colloca il tema del respiro (prāṇāyāma) in un punto cruciale del percorso verso la realizzazione: il prāṇāyāma precede e conduce a pratyāhāra, e cioè un livello di coscienza in cui la mente non è più soggetta alle sollecitazioni provenienti dal mondo esterno ed è finalmente libera di osservare sé stessa. Come si arriva a questa particolare dimensione della coscienza? In II.49 Patañjali descrive il prāṇāyāma come "distruzione del flusso naturale di inspirazione ed espirazione" suggerendo sia l'idea di arresto volontario del respiro, sia la possibilità di gestire il ciclo respiratorio modificandone peculiarmente le 4 fasi ovvero inspirazione, sospensione a polmoni pieni, espirazione, sospensione a polmoni vuoti. E' interessante inoltre notare, in Patañjali, l'uso ambivalente della parola prāṇāyāma: da un lato il termine coincide con "arresto, blocco, interruzione del respiro", concetto che in testi successivi verrà indicato come kumbhaka (letteralmente vaso, brocca), dall'altro, prāṇāyāma sta ad indicare l'insieme di tecniche su cui si basano gli esercizi di controllo del respiro. Sebbene l'autore non faccia menzione di alcun esercizio specifico (il testo sistematizza le pratiche ascetiche su un piano teorico), il sūtra II.50 rivela che numerose tecniche di respirazione erano ben note. Patañjali espone in un unico aforisma le direzioni attraverso le quali si articolano tutti gli esercizi che verranno illustrati in testi ed epoche successive e che verranno tramandati da maestro a discepolo fino ai giorni nostri. Gli esercizi di respirazione si basano infatti su "apnee a polmoni pieni o a polmoni vuoti e orientamento del respiro in diverse parti del corpo regolandone durata e numero di ripetizioni" (II.50). Il respiro, abilmente gestito, diventa esso stesso oggetto di osservazione e si manifesta in modo sempre più prolungato inducendo calma e progressivo distacco dal mondo sensoriale. "Una volta che il respiro è diventato sottile, quasi rarefatto, emerge un livello di coscienza ove si dissolve la distinzione fra ambiente esterno ed interno al corpo (II.51), si gode di maggior chiarezza (II.52), la mente ha la facoltà di concentrarsi (II.53) ed è pronta per gli stadi di concentrazione successivi (dhāraṇā, dhyāna, samādhi)".

    Nel XV sec. Svatmarama, nello Hatha Yoga Pradipika, tratta ampiamente del respiro soprattutto nella lezione seconda che si apre sottolineando l'importanza dell'apprendimento del pranayama sotto la guida del maestro dopo aver acquisito la padronanza degli āsana. Anche in questo trattato è ribadito l'impatto del respiro sulla mente: "quando il respiro è instabile, la mente è instabile, quando il respiro è stabile, la mente è stabile e lo yogin raggiunge la stasi: perciò è necessario controllare il respiro" (II.2). Il testo descrive nel dettaglio molti dei più noti prāṇāyāma: śītalī, sītkarin, bhastrikā, bhramārin per citarne alcuni, e, similmente a quanto asserito da Patañjali a proposito di quella condizione di sospensione spontanea e prolungata del respiro che prelude a successivi e più profondi stati di coscienza, l'autore dice a chiare lettere che tutte le sospensioni volontarie del respiro (sahita-khumbaka) sono finalizzate al kevala kumbhaka ovvero ad arresti che sgorgano naturalmente, fuori da qualsiasi intenzione del praticante, che vengono indicati nel testo come il vero prāṇāyāma; ed è il vero prāṇāyāma a condurre al rāja-yoga (con raja yoga, letteralmente yoga regale, si fa riferimento all'aspetto più meditativo dello yoga e agli stati di coscienza ad esso correlati).

    La raccolta che con maggior dovizia di particolari affronta gli aspetti tecnici delle pratiche fisiche e di respirazione finalizzate al samadhi (autorealizzazione), la Gheranda Saṃhitā (XVII sec.), apre il capitolo sul respiro affermando che attraverso il prāṇāyāma il praticante acquisisce un corpo luminoso poichè è grazie alla gestione del respiro che "i tessuti sottili, il cervello, i nervi e il sangue vengono purificati e quando tutte le impurità sono espulse dal corpo [...] esso diviene lucente, la mente chiara e la salute eccellente". E così,come già osservato negli altri testi, la costanza nella pratica dei molti esercizi di respirazione sfocia in apnee lunghissime e spontanee (kevala khumbhaka), punto di partenza per la pratica della meditazione.

    E' utile citare inoltre la Śiva Saṃhitā, il testo più recente, risalente al XVIII sec., che oltre ad esporre diverse tecniche di prāṇāyāma (prima fra tutte nadi shodana, la pulizia dei condotti del prāṇa), asserisce che i primi effetti del prāṇāyāma si palesano a livello fisico ."Il corpo diventa armonioso, emana profumo e diventa bello (III.29)" e indica nel respiro lo strumento di emancipazione spirituale: "attraverso il prāṇāyāma il praticante distrugge gli effetti del karman delle vite passate e di quella presente" (III.49).

    Per concludere, vorrei sottolineare la mancanza di una corrispondenza esatta fra le parole prāṇa e respiro citando due frasi: la prima di un illustre maestro indiano, Swami Shivananda, la seconda di un suo autorevole allievo occidentale, André Van Lysebeth.
    "Il prāṇa è la somma di tutte le energie dell'universo"
    "Il prāṇa è l'energia universale indifferenziata. Il magnetismo è una manifestazione di prana, esattamente come l'elettricità e la gravitazione."
    Il prāṇa è quindi molto più dell'aria che raggiunge i nostri polmoni ed il respiro ne costituisce solo il veicolo privilegiato. Guardando al respiro con occhi nuovi, con la consapevolezza che esso veicola tutte le forze che rendono possibile la vita, possiamo percepire ogni inspiro ed ogni espiro per ciò che sono in realtà, strumenti che accompagnano l'uomo nell'esistenza terrena e grandi opportunità di evoluzione spirituale.

    Argomenti: pranayama  filosofia 
     
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