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    Shatkarma, le pratiche di purificazione: Basti.
    NEWSLETTER DI NOVEMBRE  2005
     
    Carissimi,
    con questo numero delle nostre newsletter inizia, a puntate, la spiegazione delle tecniche di pulizia/purificazione che preludono alla pratica degli asana, a quelle del pranayama e, in particolare, alla meditazione.
    Questo è quanto dice la Tradizione dello Yoga.


    Shatkarma.
    Con il termine Shatkarma - o Shat kriya - si definiscono sei gruppi principali di pratiche di purificazione cui lo Yoga attribuisce un’importanza fondamentale; quanto l’esecuzione delle posture dello hatha Yoga o le tecniche respiratorie del pranayama.
    La vera pulizia e purificazione del corpo viene conseguita dall’uso di queste tecniche antichissime che considerano il corpo come un prezioso vaso (kumbha) che ogni giorno deve essere pulito per meglio risplendere agli occhi di chi lo osserva.
    I termini che definiscono tali pratiche sono:
    1- Neti: pulizia nasale con acqua e sale (jala neti) mediante una teiera con lungo becco anatomico; o, a secco, con un piccolo catetere di caucciù (sutra neti).
    2 - Dhauti: pulizia del tubo digerente, dalla bocca all’ano. Comprende numerose tecniche tra cui la pulizia della lingua, l’induzione del vomito per eliminare un cumulo di tossine legate a una cattiva digestione o a fatti tossici ecc.
    3 - Nauli: massaggio addominale in cui la rotazione dei muscoli retti svolge un’azione di stimolo sulla funzione degli organi interni.
    4 - Basti: la pulizia completa del colon.
    5 - Kapalbhati: purificazione e rivitalizzazione dei lobi frontali grazie a una particolare tecnica di pranayama.
    6 - Tratak: fissazione dello sguardo su un punto predeterminato.

    Basti.
    Cominciamo con Basti, la pratica di pulizia dell’intestino, cui tutte le “medicine tradizionali”, compresa quella ayurvedica, quella cinese, la vecchia fitoterapia nostrana ecc.. attribuiscono un’importanza fondamentale in relazione alla condizione del vero benessere fisico e in larghissima misura anche alla salute mentale.
    Spesso, a fronte di una domanda specifica che so di dovere fare sulla regolarità delle funzioni intestinali di un aspirante allievo dello Yoga, in cui mi trovo a dovere spiegare l’assoluta necessità della evacuazione quotidiana la risposta, assai frequente, è: “ Mi libero ogni 3-4 giorni…”.
    Per capirci meglio e per comprendere la relazione che esiste tra un intestino in perfette condizioni, non infiammato, rapido nello smaltimento delle scorie, senza gonfiori e la pratica dello yoga, ricorderò quali erano le regole in vigore nei classici ashrama (luoghi di ritiro-eremi in cui soggiornava un Maestro e dove gli aspiranti Yogi si stabilivano per seguire il sentiero spirituale).
    L’adepto, varcato il cancello di ingresso, veniva subito mandato in una sorta di dependance isolata rispetto al corpo centrale in cui soggiornavano il Maestro e i seguaci avanzati.
    Qui, per 40-45 giorni, a discrezione del tutore, l’adepto, svegliato di buon ora (diciamo pure le 4 del mattino!), iniziava tutta la serie di pratiche sopra enunciate, che , per la loro durata e complessità, si protrevano fino alle 7 .
    Colazione , pranzo e cena scarsissimi, leggeri:una sorta di dieta semiliquida, niente yoga, abluzioni frequenti nel solito ruscello dentro o fuori dall’ashram, passeggiate solitarie e silenziose, letture, musica (sapendo suonare le vina o la tabla , altrimenti niente).
    Non venivano incoraggiati incontri rumorosi né distrazioni che potessero distogliere l’attenzione del neofita dal cambiamento radicale che il suo corpo subiva grazie alle pratiche igieniche in corso.
    Era necessario mantenere un grande ascolto interiore per cogliere il crescente sentimento di leggerezza, la scomparsa di dolori fisici abituali, un aumento della percezione visiva, dell’udito, dell’olfatto.
    La saliva diventava più fluida e inodore, la pelle liscia e naturalmente profumata, i capelli luminosi e corposi.
    Il sonno era profondo, senza sogni, e il risveglio portava con sé, ogni giorno sempre di più, la consapevolezza dei propri doveri da svolgere con gioia.
    unitamente a una profonda felicità esistenziale che coinvolgeva tutto il proprio ambiente.
    Il rinnovamento psicofisico era dunque molto evidente da subito e comportava un rapido avanzamento che si concretizzava nell’incontro col Maestro.
    Dal contatto tra i due, Guru e Chela, si disegnava nitidamente il percorso ascetico-evolutivo che il discepolo doveva compiere per il suo riscatto karmico.

    Ma torniamo indietro al più prosaico Basti e vediamo di cosa si tratta.
    Rispetto a quanto scritto sulla Gheranda Samhita (testo sapienziale classico dello Yoga) ove le indicazioni erano estremamente scarne per mancanza di “strumenti”idonei allo scopo da raggiungere, ovvero l’evacuazione completa dell’intestino, i più moderni e pratici aggeggi da clistere (la borsa di plastica da 1 litro e mezzo), reperibili in tutte le farmacie, sembrano perfettamente in linea con le aspettative del futuro yogi.
    In questa borsa viene versato i litro e mezzo di decotto di malva e camomilla, a temperatura ambiente, con l’aggiunta di un cucchiaio di olio d’oliva
    Il clistere viene applicato stando sdraiati su un letto o per terra, prima su un fianco, poi sull’altro, poi in posizione genupettorale,e aiutandosi con un po’ di Nauli (rotazione dei muscoli retti addominali) affinché l’acqua introdotta circoli in tutte le anse intestinali e rimuova completamente la materia fecale.
    A conclusione del Basti, se si ha l’impressione che lo svuotamento non sia stato sufficiente, si può ripetere con le stesse modalità nei 2-3 giorni successivi.
    Argomenti: filosofia  purificazioni
     
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