Commento al secondo capitolo della Bhagavad Gita a cura di Melissa Dotto, allieva dell’Accademia
Il secondo capitolo introduce e spiega diversi argomenti posti come capisaldi della teoria Samkhya e della pratica Yoga. Inizia, infatti, con un'esortazione alla verità, a guardarsi dentro e a capire, con coscienza e coraggio, cosa è meglio fare, evitando indulgenze egoistiche, vanità e sterili sentimentalismi. Ancora una volta, mettersi a nudo con sincerità aiuta a guardare la verità. La metafora usata ancora una volta è quella della paura di Arjuna ad affrontare in battaglia i Bhisma, i Drona e gli altri ma la verità è che questo sentimento di pietas non ha nulla a che fare con la compassione divina perché appunto si tratta di una forma sterile di autoindulgenza, di un sottrarsi adolescenziale all’azione. Arjuna deve avere il coraggio di comportarsi da valoroso perché scendere in battaglia è il suo compito. Come suggerisce la Gita, spesso osserviamo, anche nel nostro quotidiano, meschine debolezze celate da comportamenti buonisti che però nulla hanno a che fare con il coraggio, la cortesia, la nobiltà d’animo e l’azione corretta che invece appartengono ai sentimenti di Arjuna. Arjuna esita in quella che crede essere un’autentica forma di compassione, chiedendosi come potrà “godere dei piaceri maculati di sangue” qualora entrasse in battaglia per uccidere i suoi maestri. Egli si lega empaticamente con le vittime, ascoltando e sentendo il loro dolore causato da sventure e ingiustizie, ma ancora gli viene ricordato che questa compassione empatica ed egoistica non ha nulla a che vedere con il coraggio e la cortesia e nemmeno con l’azione corretta. In realtà, questa forma di sbigottimento e di incertezza di Arjuna va osservata da un punto di vista più ampio: la sua disperazione e il bisogno di conforto si tinge anche della necessità di una certezza, una ricerca di equilibrio: è, infatti, importante, in una fase di crescita, imparare il discernimento e questo mette spesso le persone in una posizione di squilibrio. Prendere coscienza di un cambiamento impone, infatti, nuovi posizionamenti e ribaltamenti di vecchi equilibri nei quali è normale trovare ansia, dubbi e incertezze, ma è proprio in questi casi che diventa cruciale il neti-neti ( “non è questo, non è quello...”): dunque Arjuna deve fare pulizia. E ciò è possibile solo grazie alla conoscenza e alla coscienza divina che è dentro ognuno di noi. Per entrare in contatto con questa realtà così assoluta e “privata”, la Gita suggerisce anzitutto di eliminare quello spesso strato di ignoranza / debolezza / paura che vela la realtà del divino in noi. Il Divino sempre presente! Ma il vero scoglio non è solo quello di capire cosa è meglio fare, perché poi bisogna “agire di conseguenza” e non sempre si è realmente così ben disposti. A questo punto si parla di un infinito sorriso di Krsna (“il sorriso sta a indicare che Egli intendeva perfettamente il tentativo di Arjuna di portare nell’animo suo la luce della ragione”)... Anche nel momento del maggiore sconforto, se vogliamo la verità, questa è sempre lì ad aspettarci ma ci vuole disciplina e pazienza. Trovata infatti non a costo zero, visto che la dedizione e la fermezza d’obbligo non sono così scontate Da questo punto in poi la Gita tocca alcuni punti fondamentali:
La distinzione tra il sé e il corpo: non dobbiamo affliggerci per ciò che non può perire Questa parte è molto interessante e ben spiegata con il riferimento a Plotino che avverte come la realtà che ci circonda e i fatti che ci coinvolgono, o di cui semplicemente veniamo a sapere, siano solo uno scenario, così come la morte e i mutamenti di forma che l’individuo assumerà nel corso delle sue molte incarnazioni. Le sue esistenze e le tracce che egli porta con sé costituiscono un involucro interno-esterno ma la sua Realtà Suprema, eterna e immutabile, Dio, è ex ante ed ex post l’esistenza terrena. L’anima dell’uomo si trova in una situazione atemporale di cui la manifestazione fisica non è che una frazione e un'esperienza e da questo si capisce la pluralità dell’ego. Il concetto del tempo (ieri, oggi, domani, così come la giovinezza, la vecchiaia e morte) è una prerogativa squisitamente terrena: Dio non è nel tempo così come lo conosciamo qui. Il Tempo (eterno) è Dio e, visto che “noi siamo quello”, nemmeno noi abbiamo un principio e una fine. È l’ignoranza che ci illude di morire (e quindi averne paura) e la pluralità individuale riscontrabile sul piano terreno è anch’essa manifestazione del divino, quindi in realtà non si distrugge nulla, e ogni azione-reazione è regolata dal debito karmico. Comprendere allora che giovinezza, maturità e vecchiaia sono le manifestazioni terrene di un corpo offre l’opportunità di affrancarci dal tempo, liberando l’anima che è invece divina e quindi eterna. Sconfitto il concetto assolutamente riduttivo del “ tempo umano” si arriva al distacco. Un distacco naturale e sereno dalla molteplicità degli accadimenti, che ci appaiono poi per quello che realmente sono: li si osserva e li si accetta quali manifestazioni di un’interiorità dinamica ed eterna. Abbandonare i desideri inutili significa accettare la loro esistenza andando oltre la loro apparenza. La liberazione sta nel non farsi turbare da nulla... Quando, infatti, si capisce che quello che ci appare reale (come il corpo, ad esempio) poi, di fatto, tanto reale non è poiché si decompone e soccombe alla morte, si comprende allora che la vera realtà è quella che non muta nel tempo: è Dio, la nostra vera essenza. L’irreale, cioè quello che appare reale agli occhi terreni e ignoranti, vela ciò che è realmente reale ed eterno. La realtà immutabile del nostro essere divino è perfetta ma celata dall’irrealtà delle manifestazioni temporali terrene. Una volta compresa, questa visione universale impone le sue Leggi eterne e immutabili e perciò Krsna esorta Arjuna all’azione. A questo proposito si può legare l’antica storiella molto popolare in India che racconta come noi, nei pressi di un fiume, potremmo immergere prima un piede e poi l’altro, ma nel frattempo il fiume non sarebbe più lo stesso. Ecco, allo stesso modo, con la stessa illusione, ci dimentichiamo di guardare le cose dello spirito in profondità (il fiume scorre nello spazio di tempo tra l’immersione di un piede e poi dell’altro e quindi non è più lo stesso fiume...) e lasciamo che spesso sia la nostra concezione del tempo-estremamente limitata- a dirigere i nostri pensieri. Ogni corpo, prima o poi, incontrerà la sua fine. Tra tanti dubbi la morte del corpo è certa. Sulla scena del mondo,chiunque pensi di essere carnefice o vittima sbaglia: se il tempo non esiste, in realtà non si nasce e non si muore mai. In questo modo ci si può liberare dalla paura della morte e anche dall’erroneo pensiero di essere carnefice o vittima . Il nostro divino Sé, di volta in volta si procura un corpo grazie al quale estinguere il proprio debito karmico e “colui che sa”, il vijnani, non può essere ferito o annientato o ucciso... “le armi non fendono il Sé, il fuoco non lo brucia, né lo bagnano le acque, né lo dissecca il vento”. Se dunque il Sé non teme il mondo, Arjuna non deve essere angosciato, non può aver paura di scendere in battaglia perché realmente non è, non sarà nè vittima né carnefice, le forme e le manifestazioni fisiche vanno e vengono, il Sé è eterno, è Dio. Come sottolinea anche Socrate, il Sé è immortale: quello che si seppellisce è solo il corpo.Pur condividendo appieno l’idea della caducità del corpo e delle sue molte manifestazioni temporali, appare indiscutibile il fatto che “il corpo come veicolo è sacro” ed eventuali coinvolgimenti in omicidi, suicidi e guerre (“grandissime bestialità”, come le definiva Leonardo da Vinci) sono intollerabili alla luce dei principi dello Yoga: yama e niyama (le osservanze e le astensioni).
(continua)
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