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    Bhagavad Gita - Capitolo Primo: esitazione e angoscia di Arjuna
    NEWSLETTER DI GIUGNO 2010
     
    Commento al primo capitolo della Bhagavad Gita
    a cura di Melissa Dotto, allieva dell’Accademia


    La Bhagavad Gita si apre sul campo di Kuruksetra mentre Arjuna si prepara alla guerra contro i cugini Kaurava ,usurpatori del potere. Sono molti i punti interessanti sui quali soffermarsi in questo densissimo primo capitolo.
    La battaglia di Kuru è vista anche, in modo meno coinvolto e distaccato sul piano emotivo, con uno sguardo che trascende il tempo stesso, come campo dove si compie la giustizia, o dharmaksetra, a richiamare il fatto che è impossibile sottrarsi all’azione. E già qui sono due i concetti interessanti: la battaglia come giustizia e la reale impossibilità di sottrarsi all’azione.
    Arjuna, io, tutti noi siamo perfettamente e intimamente in grado di capire con onestà dove sia la giustizia. In ogni momento, in ogni decisione da prendere o da non prendere, e quindi, per estensione, ogni secondo di vita è karmabhumi: una volta colta questa “pesante” ricchezza, ogni cosa, tutta la durata e le azioni della vita, i fatti compiuti e quelli mancati acquistano un senso più ampio da un lato e più ridotto dall’altro. Più ampio perché lo sciogliersi della vita come un nodo è presupposto di conoscenza, più ridotto nel senso che si impara a valutare ciò che davvero conta.
    Kuruksetra anche qui: discernere con personale onestà, disciplinare con intima democrazia dei pensieri, senza perdersi in schermaglie intellettuali su cosa sia più importante, ma intimamente convinti di fermarsi a riflettere senza dispersioni della mente.
    Arjuna, quando vede i due eserciti schierati l’uno di fronte all’altro, è impietrito. La Gita fa ricorso a figure metaforiche per richiamare lo straniamento, la paura e l’oblio di Arjuna di fronte all’imminente inizio della guerra che presuppone una sua parte attiva.
    Comincia la guerra e i corpi (i carri) sono pronti e fremono, i sensi (i cavalli) sono allertati, attenti, ma è lo spirito che guida, è Krisna, il Divino.
    Il Divino qui è ben specificato, non è esterno, anzi, rappresenta quel momento divino che,ad esempio, è l’origine della Vita, l’incontro tra l’ovulo e lo spermatozoo.
    La divinità quindi non è “discesa” o “reincarnata”, ma è dentro di noi e coincide con la presa di coscienza personale dell’esistenza stessa. Non in una parte o in una emanazione, ma proprio nella sua interezza.
    Ma non è Dio che decide le nostre azioni; Arjuna è l’io cosciente dotato di libero arbitrio che sceglie volontariamente di mettere Krisna alla conduzione del carro e decide di tenere la mente e i sensi (le briglie del carro) sotto controllo.
    L’inizio della guerra non è più imminente,ora,ma più concreto: esso fa apparire chiaramente ad Arjuna come per compiere le azioni più giuste dovrà abbandonare/cambiare molti principi e credenze che lo hanno accompagnato fino a quel momento. Come quando si entra nell’adolescenza e si sente la necessità di sondare nuovi paradigmi per darsi la possibilità di sperimentare una nuova conoscenza di sè stessi, necessaria, ovviamente, per crescere ed essere coscienti. Se per Arjuna questa è una scelta forzata dalla guerra imminente, per l’uomo di oggi l’impazienza e l’inquietudine sono compagne di vita che occorre imparare ad abbandonare in nome di una onesta, profonda e intimissima introspezione di sè (con il senno di poi è normale capire che c’è un tempo per il galoppo in cui si vedono le cose velocemente e con distanza e un tempo per fermarsi ad osservare la crescita dei fiori). Il “mito della caverna” di Platone è estremamente esemplificativo di questo processo.
    Se di campo di giustizia poi si tratta non è tanto importante se vincono i Panduidi o no, quanto il fatto che si compia il karma di ognuno. Si richiama qui al distacco iniziale, dove guerra e giustizia vengono viste non come conseguenza o significati contrapposti, ma come semanticamente attigui perché alla base non c’è la legge fallibilissima dell’uomo ma quella imprescindibile e irrimandabile, del karma.
    Per noi, guerra e giustizia hanno significati etimologicamente distanti, contrapposti. E’ interessante rilevare infatti che “guerra” prenda il significato da werra, antico germanico, per indicare l’azione di eserciti nemici che si offendono in ogni guisa avendo per fine la vittoria; in senso più generale dissidio tra due o più stati, che non potendosi definire per via di giustizia si definisce con le armi.
    Giustizia deriva dal latino Justus e questo da Jus diritto, ragione. Giustizia nel senso di ciò che è giusto e dovuto ad altri, virtù morale che impone di riconoscere a ciascuno il dovuto. Già Platone si interrogava sulla questione della giustizia - "Come conciliare il sapere con l'esercizio della giustizia?", "Come tradurre in ordinamento ciò che coinvolge tutti i membri della comunità?", "Quanto un uomo può razionalmente conoscere?" e infine "È possibile trovare con la ragione un ordinamento che sia razionale, ma di una razionalità che contempli l'effettiva giustizia?". Guerra e giustizia quindi distanti perché presuppongono che la giustizia sia riconosciuta da noi, ma conosciamo bene la fallibilità storica della giustizia umana: la storia infatti viene scritta dai vincitori! Se giustizia viene sottoposta alle credenze del momento storico che le ospita (come è normale che sia se fatta, proposta e voluta degli uomini) va da sè che resta confinata a limiti storici che ne dimostreranno prima o poi la fallibilità. Basti pensare alle varie declinazioni di “giustizia” che vengono date alle persone a seconda del contesto culturale e storico.
    Ciò premesso, siamo perfettamente coscienti che sia necessario amministrare la giustizia a livello concreto perché ,storicamente, l’uso e il riconoscimento di regole sociali sono alla base della convivenza, ma una volta presa in considerazione la fallibilità delle regole umane è necessaria una radicale riflessione su di esse. Se in una data situazione è davvero necessaria la violenza che non ci sia almeno l’intenzione della cattiveria. Questo implica però fermezza di conoscenza e coscienza di quello che si deve fare. Uno scandaglio e un setaccio finissimo che esamina emozioni, sentimenti ed azioni, e nello stesso tempo,vagliandole, crea una certa distanza da esse. Capire questo è un percorso di analisi profonda, di sperimentazione solitaria della coscienza.
    Non c’è religione che tenga a questo proposito. Nel giudaismo e nel cristianesimo la vita appartiene a Dio. La profonda concretezza della disciplina Yoga stride con la monotona cantilena degli indottrinati, ideologicamente corazzati da capo a piedi, la monocorde, imbambolante cantilena di coloro la cui turbolenza può essere ingabbiata solo nella oppressiva camicia di forza del più coerente dei sogni.
    Arjuna, come noi tutti, non ha bisogno di trastullarsi nel sogno di un dogma al quale delegare risposte, ma necessita di una democratica disciplina del pensiero che lo orienti e che gli permetta di capire che un momento equivale a una vita se è in grado, come un frattale, di essere esemplificativo del tutto.
    In un albero, per esempio nell’abete ogni ramo è approssimativamente simile all’intero albero e ogni rametto è approssimativamente simile al proprio ramo, così come nelle coste: con immagini riprese da satellite man mano sempre più grandi si può notare che la struttura generale di golfi più o meno dentellati mostra molte componenti che, se non identiche all'originale, gli assomigliano comunque molto. Secondo Mandelbrot, le relazioni fra frattali e natura sono più profonde di quanto si creda, egli ritiene infatti che i frattali abbiamo corrispondenze con la struttura della mente umana. Capire quindi quanto esemplificativa può essere la comprensione/conoscenza del pensiero stesso ci da la misura della comprensione di un campo complessivamente illimitato.
    Capire da dove viene e perché si sviluppa un pensiero o un desiderio non solo è utile per sperimentare una opportuna onestà morale e intellettuale ma anche per intendere qualcosa di più di noi stessi.
    Per Arjuna la condizione di solitudine è generatrice di tristezza: la paura del vuoto, dello smarrimento, la paura delle perdita degli affetti umani è, come per tutti noi, fonte di ansia e frustrazione. Arjuna, per placare l’ansia e inquadrare le speranze dà credito ai presagi come noi facciamo con gli oroscopi o con altri metodi banali per conoscere il futuro, rivelando la debolezza della mente umana. Ma persone che hanno la possibilità di conoscere, pensare in modo attivo, perché cedono all’oblio? Perché si cede all’oblio così facilmente? Si tratta di debolezza o di impreparazione? Non credo che per sottrarsi sia necessaria una alta educazione scolastica o una predisposizione alla vita attiva, credo piuttosto in una predisposizione alla concentrazione e allo studio del pensiero. Per questo lavoro su di sè,la base è un’attenzione ferma, onesta e dinamica. Freud connetteva all’oblio i meccanismi di difesa quali la repressione e la rimozione specificando che i processi mnesici fondamentali sono di tre tipi: codificazione, immagazzinamento e recupero. Quest’ultimo, in sostanza ,promuove un livello di consapevolezza dell’informazione archiviata mediante un richiamo (lo vedo, ricordo di averlo visto…), rimuovere contenuti mnemonici ritenuti minacciosi li porta a restare inconsci e repressi. In proposito credo sia significativo quanto è emerso dai Processi secondari di Norimberga: le persone che avevano lavorato nei lager per anni erano entrati in uno stato di oblio tanto quando chi vi era imprigionato, per evitare di scandagliare i pensieri e poter lavorare ogni giorno in condizioni di violenza e di stress si era fatto ricorso all’oblio. Nella nostra cultura classica l’oblio è legato al fiume Lete che conduce all’oltretomba: già nella Repubblica di Platone, agli iniziati che sono giunti nell’aldilà e si apprestano a entrare in una nuova vita, è raccomandato di non bere l’acqua che conduce all’oblio ma di cercare di fare tesoro del proprio passato per conseguire un livello superiore di saggezza.
    Tornando alla paura di Arjuna – se questa è troppo grande e lo sforzo richiesto è superiore alle nostre forze, è facile rinunciare. Ma è proprio questo il momento (in questa occasione) che Arjuna si deve liberare da condizionamenti morali esterni e legati all’abitudine per avere una visione più lucida della situazione.
    All’azione non ci si può sottrarre arrampicandosi sulle corde di una abitudine morale appresa ma non interiorizzata. Il pensiero, per essere libero di trovare l’oggetto della sua ricercai non deve essere assediato.
    Arjuna ,nello specifico, ha paura di restare con un mucchio di mosche in mano se una volta vinta la guerra tutte le persone che ama saranno morte. Arjuna quindi si fa carico della responsabilità del karma altrui perché ha paura di restare da solo. Non è un errore concentrarsi sugli altri, quanto piuttosto lasciarsi coinvolgere perché si ha paura di restare da soli. Che poi è una condizione tipica dell’uomo.
    Come detto nella Gita, il nostro mondo non è uno spettacolo da guardare o contemplare ma un campo di battaglia. E, per la Gita, il progresso nella realtà individuale è il mezzo per il miglioramento della società. Capire questa profonda possibilità di libertà e ricerca individuale è ovviamente presupposto di ansia, inquietudine.. Il che ci riporta ad Arjuna e al concetto di battaglia e giustizia con cui si apre e finisce il primo capitolo.

    Argomenti: filosofia 
     
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