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    Fisiologia dei Bandha (I): Jalandhara bandha
    NEWSLETTER DI OTTOBRE 2006
     
    Fisiologia dei bandha.
    Tri banda, o bandha trayam (la triplice chiusura), o tri granthi (il triplice nodo), sono tutti sinonimi e stanno ad indicare un piccolo gruppo di pratiche yogiche, fondamentali nel pranayama e in alcuni tipi di kriya yoga.
    La parola bandha, come abbiamo visto, significa 'trattenere', 'chiudere' e questo descrive esattamente ciò che accade durante la pratica, intensificandone gli effetti e potenziando la durata del kumbhaka, la ritenzione del respiro.
    Specifiche parti del corpo vengono coinvolte da queste compressioni che esercitano un'azione profonda sul sistema nervoso, su quello cardiovascolare, sul sistema digestivo e su quello respiratorio ma che, in primo luogo, consentono una migliore distribuzione dell'energia in tutto il corpo e inducono agilità mentale e lucidità di pensiero.
    Il mio intento, grazie alla conoscenza approfondita che oggi si può ottenere con lo studio della fisiologia umana, è di comprendere meglio l'azione del bandha, ma soprattutto di capire 'dove' si esercita questa azione, ovvero quali plessi nervosi coinvolge e se possiamo accettare tutto quello che la Tradizione ci ha trasmesso in proposito.

    Jalandhara banda.
    Jala in sanscrito vuol dire 'acqua', o meglio un 'corso d'acqua' , una massa di liquido che fluisce; il termine dhara, invece, indica una 'rete' ma significa anche 'trattenere', 'intrappolare'.
    L'interpretazione più accreditata di jalandhara bandha è dunque 'rete di nadi', che rende benissimo l'idea di un gesto che chiude, che imprigiona un fitto gruppo di nervi e di vasi, mentre il 'flusso liquido', a diversi livelli di sottilità, si riferisce tanto al sangue quanto alla linfa, quanto all'energia.
    Ma esiste anche un'altra spiegazione.
    Secondo i testi classici, nel corpo esistono 16 centri specifici, chiamati adhara (poiché il termine vuol dire anche base, o sostrato) e sono: alluci, caviglie, ginocchia, cosce, perineo, coccige, ombelico, cuore, collo, tonsille, lingua, naso, centro tra le sopracciglia, occhi, area occipitale e sommità della testa.
    Durante alcune pratiche di kriya yoga, anche di scuole differenti, la coscienza ruota lungo questo percorso composto dai suddetti plessi: ciò comporta un particolare flusso di energia che viene appunto imprigionato, ad esempio durante jalandhara bandha, nel plesso cervicale, evitandone la dispersione e favorendone invece la canalizzazione in shushumna (il più importante tra i canali invisibili del nostro corpo sottile).
    Ma jalandhara bandha, a mio avviso, produce anche altri effetti importanti sulla tiroide e sull'epifisi per questi motivi:

    1) Per la compressione del mento contro lo sterno e contro la parte molle della forcella dello sterno grazie a un lavoro di interazione tra sistema nervoso e sistema endocrino.
    Si può dedurre l'entità della risposta da parte della tiroide se si considera il fitto intreccio di nervi che forma il plesso cervico brachiale - vishuddha - e l'altrettanto complessa rete di vasi sanguigni situati nella parte laterale del collo.
    La vascolarizzazione del collo è formata dalle due arterie carotidi comuni (destra e sinistra) che si biforcano a Y in carotide interna (che va al circolo intracranico) e carotide esterna (cha va al viso e alle ghiandole del collo).
    Tutta l'innervazione del collo origina dal plesso cervico brachiale.
    I vasi linfatici si gettano nei linfonodi latero cervicali profondi.
    I nervi provengono dai nervi laringei superiore e inferiore e dai tre gangli simpatici cervicali.

    2) Durante jalandhara bandha in bahir kumbhaka - ritenzione del respiro a polmoni vuoti - si produce un fortissima pressione intratoracica e una decompressione intracranica.
    Mentre nella fase di rilasciamento del bandha, dunque durante l'inspirazione, tutto il sangue ossigenato arriva al cervello apportando elasticità ai vasi sanguigni (fatto importantissimo per prevenire quella precarietà derivante da arterie sclerotiche) e contribuendo a un miglior trofismo cellulare.
    A livello tiroideo, si osserva un incremento della produzione di ormoni tiroidei, indispensabili al metabolismo cellulare e al processo di crescita.

    3) Dallo studio di questa realtà scientifica si comprende cosa intendevano dire gli yogi del passato quando parlavano di chakra e kshetram, cioè di plessi nervosi situati nella colonna vertebrale e di loro proiezioni sulla parte anteriore del corpo, con evidenti coinvolgimenti di altri organi, gruppi di nervi e di vasi linfatici e sanguigni.

    Questa visione scientifica spazza via in un sol colpo una quantità di sciocchezze pseudo esoteriche che sono state dette, scritte, e insegnate, nei contesti più diversi, sui chakra: ciò che gli antichi, mancando di cognizioni di anatomia e fisiologia ma in possesso di ottime intuizioni, cercavano di trasmettere, avvalendosi di simboli, era proprio questa realtà oggettiva, di ciò che accade nel nostro corpo quando si pratica una postura o un pranayama o un kriya.
    Dunque niente a che vedere con tutto il folklore che ha inquinato la limpida e lineare immagine dello Yoga in questi ultimi secoli.
    Ora, con la conoscenza di ciò che accade realmente durante un bandha, un asana, un pranayama, il progetto divino che si realizza in ognuno di noi appare in tutta la sua grandezza e perfezione, e l'esperienza dello Yoga, spogliata di ogni fantasia, risulta ancora più bella e autentica.
    Argomenti: pranayama  kriya 
     
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