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    Riflessioni e commenti sugli Yoga Sutra di Patanjali - Samadhi Pada
    NEWSLETTER DI GIUGNO 2016
     
    di Alice Fratti
    Patanjali indica due strumenti principali per giungere alla soppressione completa delle modificazioni della mente: l’esercizio costante, abhyasa, e il non attaccamento o distacco, vairagya.
    Per raggiungere il nostro obiettivo sono necessarie una grande forza di volontà, fermezza, serietà e determinazione; queste caratteristiche imprescindibili devono durare nel tempo, perché la mèta prevede un lungo cammino durante il quale si possono incontrare numerosi ostacoli.
    Il sistema yoga delineato da Patanjali, denominato astanga yoga, ovvero yoga costituito di otto parti, prevede un insieme preciso di pratiche e di mezzi per attingere allo stato di citta vrtti nirodah. La totalità di queste pratiche ed esercizi deve essere seguita per molto tempo, senza interruzione, con spirito di devozione e profondo rispetto nei confronti del compito assunto.
    E’ una strada che non prevede scorciatoie o rapide vie di fuga, è un cammino che ci riporta sempre li, dentro noi stessi, nella profondità della nostra coscienza e del nostro essere. Non è la via per chi cerca attenuanti per scappare da se stesso. E’ un percorso verso la verità che prevede profondi cambiamenti nella nostra mente, nel nostro carattere e nel nostro modo di stare al mondo; per ottenerli bisogna saper mettere in discussione le certezze su cui si fonda il nostro equilibrio illusorio, con umiltà e sacrificio.
    Ognuno di noi nel corso della vita ha provato desiderio e attrazione (raga) nei confronti di oggetti che inducono una sensazione di piacere o al contrario una forte repulsione (dvesa) verso tutto ciò che produce in noi dolore.
    Gli oggetti del nostro desiderio o del nostro rifiuto (visaya) sono materiali o immateriali, possono essere ad esempio un’automobile, un gioiello, un vestito, ma anche la sicurezza di una posizione sociale o le gioie di un paradiso artificiale. Sono oggetti effimeri che appartengono al regno della prakrti, la realtà materiale esterna alla nostra coscienza, con cui siamo in relazione attraverso i cinque organi di senso. Tali oggetti, quando non sono percepiti con il giusto distacco, diventano fonte di profonda distrazione per la nostra mente.
    L’attaccamento verso qualcosa di esterno a noi è una forza che ci allontana dal nostro centro interiore, è l’illusione di un piacere temporaneo e fine a se stesso che ci priva della possibilità di essere autenticamente liberi nella ricerca del nostro equilibrio e di una conoscenza che vada oltre l’apparenza delle cose.
    Vairagya è quindi il distacco, il non attaccamento necessario per riportare la mente ad uno stato di quiete e di calma.
    E’ uno stato che giunge spontaneamente nel momento in cui entriamo in contatto con i nostri reali bisogni e i nostri desideri autentici, quando impariamo ad usare la nostra facoltà discriminatrice (viveka) che ci guida verso una scelta libera, portandoci ad escludere tutto ciò che non è essenziale (neti neti, non questo e non quello), tutto ciò che superficialmente desideriamo per abitudine o per automatismi inconsci ormai consolidati.
    E’ necessario osservare, giorno dopo giorno, i contenuti della nostra mente, le nostre modalità di reazione agli eventi e agli oggetti che provengono dal mondo esterno; cerchiamo di identificare, in questo modo, le nostre forme di attaccamento e di capire quali sono i motivi profondi che le sostengono impedendoci di raggiungere il giusto distacco.
    In questo percorso di ricerca interiore,noi stessi ci accorgeremo che, pur vigilando sui nostri attaccamenti, pur guardandoli e riconoscendoli con lucidità, essi avranno ancora un’influenza sulla nostra mente, pur solo latente, come un seme pronto a germogliare nuovamente. Saranno solo il tempo, la costanza e la nostra determinazione a renderci consapevoli e padroni della nostra capacità di reagire costruttivamente per non cadere in balia dei soliti desideri o delle frequenti repulsioni.
    Lo stato di completa libertà e autosufficienza potrà avvenire solo al culmine del nostro percorso (kaivalya) quando la facoltà discriminatrice avrà raggiunto il suo stato supremo, il livello più alto (para vairagya). In questo stadio finale del percorso la nostra consapevolezza sarà tale da poter percepire con distacco ogni espressione, sia essa visibile o invisibile, della realtà materiale (prakrti) che si manifesta attraverso la combinazione delle sue tre componenti fondamentali (guna):satva il principio spirituale, raja il principio dinamico, tamas il principio di inerzia.
    Il samadhi è il percorso per penetrare negli strati sempre più profondi, più sottili della nostra coscienza. E’ costituito da stadi e tappe di conoscenza che vanno dal ragionamento più grossolano, alla riflessione più sottile, ad un senso di beatitudine e gioia, fino al riconoscimento del puro senso dell’esistenza e della nostra vera natura che, sola e autentica, dimora dentro noi stessi.
    Portare lo sguardo al nostro interno significa osservare il contenuto totale della mente, fatto di esperienze, pensieri, sentimenti e immagini accumulate nel tempo e nel corso di molte vite. Significa concentrare la mente a lungo su un oggetto della conoscenza, sulla sua essenza (prajna) e conoscerlo in tutti i suoi aspetti, da quello più basso a quello più elevato, fino a quando spontaneamente saremo pronti a lasciarlo andare, ad abbandonarlo al di fuori di noi. Potremo così orientare il nostro sguardo ancora più in profondità, verso il centro, creando spazio nella mente per percepire il vuoto che dimora in essa. Un vuoto che è il tutto: è il nostro essere parte del Tutto.
    La conoscenza, quando diventa consapevolezza, ricolloca ogni cosa al giusto posto, ripulisce la mente dai suoi contenuti, li riordina, li ripone uno ad uno al di fuori di noi, permettendoci di guardarli per quello che sono con equilibrio e distacco.
    Il percorso dello yoga richiede tempi diversi per ciascuno di noi. Bisogna, però, tener presente che il raggiungimento dei vari stadi progressivi del samadhi non può prescindere dalla presenza di quattro fondamentali qualità del carattere: la fede, intesa come intima e indiscutibile certezza dell’esistenza della Verità che cerchiamo dentro di noi; l’energia, intesa come determinazione necessaria per superare ogni ostacolo che si incontra lungo la strada e si frappone al raggiungimento della mèta desiderata; la memoria, intesa come capacità di trarre insegnamento dall’esperienza ed evitando di ricadere sempre nei medesimi errori; l’intelligenza superiore, quale capacità della mente di riflettere su se stessi e sulla profondità dell’esistenza.
    E’ indispensabile, quindi, lavorare sul nostro carattere per creare le premesse necessarie a proseguire con costanza e determinazione lungo il percorso. Nulla ci viene regalato o concesso, ogni piccolo passo è una conquista faticosa ma solo se ottenuta attraverso questa via meticolosa diviene reale e autentica.
    Esistono persone che possiedono alcune facoltà innate che permettono loro di entrare in contatto con la propria sfera spirituale senza sforzo, quasi naturalmente. Patanjali usa il termine videha per definire questa classe di persone, che letteralmente significa senza corpo, per indicare la loro facilità a lasciare il corpo fisico ed entrare in contatto con energie più sottili. A questa classe appartengono anche le persone definite con il termine prakrtilaya, che significa immerso nella prakrti, indicando con questa parola tutti coloro che sono dotati della capacità di entrare spontaneamente in uno stato di passività, di pura meditazione.
    Lo stato che essi possono raggiungere è molto diverso dal samadhi, sfugge alla loro volontà e al loro controllo perché non è ottenuto attraverso un percorso di progressiva espansione della coscienza.
    Quindi ritorniamo sempre li, alla necessità imprescindibile di compiere un passo alla volta affinché possa consolidarsi e diventare realmente parte di noi, arricchendoci di una maggior consapevolezza che ci avvicina sempre più alla Verità che esiste oltre il mondo sensibile: la Coscienza Universale, il Tutto che è in noi e fuori di noi.
    (continua)>/span>
    Argomenti: filosofia 
     
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